I listini festeggiano una pace non firmata, mentre export, shipping e diplomazia indicano che il rischio sistemico resta alto
Hormuz chiuso, Borse euforiche: errore di prezzo
I listini festeggiano una pace non firmata, mentre export, shipping e diplomazia indicano che il rischio sistemico resta alto.
Venerdì 17 aprile i mercati hanno scelto la narrazione più rassicurante: guerra quasi finita, stretto di Hormuz riaperto, petrolio in caduta, inflazione di nuovo sotto controllo. Wall Street ha chiuso con l’S&P 500 a 7.126,06 punti (+1,20% nella seduta, +4,53% nella settimana), il Nasdaq a 24.468,48 (+1,52%; +6,84% settimanale) e il Dow Jones a 49.447,43 (+1,79%; +3,2% settimanale). Anche il Russell 2000 ha segnato un record di chiusura. In Europa, lo STOXX 600 è salito a 626,58 (+1,6%), il DAX ha chiuso a 24.702,24 (+2,27%), il CAC 40 a 8.424,14 (+1,95%) e il FTSE 100 a 10.667,63 (+0,7%).
Ma sotto il rally c’è una frattura evidente tra prezzo degli attivi e realtà logistica. Bloomberg segnala che le esportazioni saudite di greggio in marzo sono crollate del 50% a 3,33 milioni di barili al giorno, da circa 6,66 milioni in febbraio, nonostante Riyadh abbia attenuato il colpo deviando parte dei flussi verso il Mar Rosso. Sempre Bloomberg rileva che, dopo la tregua, attraverso Hormuz sono passate solo “una manciata” di navi, contro circa 135 transiti giornalieri in condizioni normali. Questo non consente di fissare con precisione un’unica percentuale per “tutte” le esportazioni del Golfo, ma dà due numeri chiave: export saudita dimezzato nel mese pieno della chiusura e traffico dello stretto ancora su livelli largamente anomali, in ordine di grandezza ben inferiore alla normalità.
Qui sta il primo punto decisivo: il mercato ha prezzato la riapertura annunciata, non la riapertura realizzata. Reuters ha registrato che il rally del 17 aprile è stato innescato dall’annuncio iraniano di “completa apertura” di Hormuz per le navi commerciali e dalle dichiarazioni di Donald Trump su un possibile accordo imminente; nella stessa giornata il greggio USA è crollato di oltre l’11%, allentando il timore di uno shock inflattivo e sostenendo il repricing azionario.
Il problema è che meno di 24 ore dopo la narrativa si è incrinata. Reuters riferisce che il 18 aprile Teheran ha riaffermato il controllo militare sullo stretto, mentre Trump ha detto che Washington non si lascerà “ricattare” e che il blocco navale statunitense resta in vigore fino a un accordo. Fonti iraniane ufficiali, rilanciate da IRNA, parlano apertamente di controllo dello stretto e di limitazioni legate al permanere del blocco USA; il Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano ha aggiunto che l’apertura sarebbe solo temporanea e subordinata al rispetto della tregua. In altre parole: non c’è normalizzazione, c’è al massimo un accesso reversibile, politico e militarizzato.
Anche sul fronte diplomatico, l’ottimismo è andato più veloce dei fatti. I colloqui guidati dal vicepresidente JD Vance non hanno prodotto un’intesa: Reuters scrive che la delegazione americana è andata a Islamabad con aspettative basse e scetticismo sulla possibilità di riaprire subito Hormuz; Time e altre ricostruzioni concordano che il round negoziale si è chiuso senza accordo. Parallelamente Benjamin Netanyahu, in dichiarazioni ufficiali del 13 aprile, ha detto di aver parlato con Vance e ha chiarito che per Washington “la questione centrale” è la rimozione di tutto il materiale arricchito, mentre da parte israeliana “i combattimenti continuano continuamente”. È il contrario di una pace già in tasca.
Teheran, del resto, non sta lasciando spazio a interpretazioni concilianti. Sul piano ufficiale la linea iraniana resta che lo stretto è sotto controllo nazionale e che il problema è il blocco navale americano. IRNA ha riportato domenica che il presidente del parlamento Ghalibaf rivendica il controllo iraniano su Hormuz e avverte che le limitazioni resteranno se gli USA manterranno il blocco; già sabato i militari iraniani avevano annunciato il ripristino di una supervisione militare stretta. Anche quando venerdì era stata annunciata l’apertura ai mercantili, la formulazione era temporanea e condizionata. Questa non è una resa strategica di Teheran: è una gestione coercitiva del choke point, con uso della leva marittima come strumento negoziale.
La Cina, intanto, si sta muovendo su due binari coerenti. Il primo è diplomatico: il ministero degli Esteri cinese ha chiesto la fine immediata delle operazioni militari, il ritorno ai negoziati e ha sostenuto in sede ONU una bozza con Russia centrata su de-escalation, dialogo e libertà di navigazione. Il secondo è commerciale-strategico: Pechino continua a opporsi alle sanzioni unilaterali USA “prive di base nel diritto internazionale o di autorizzazione del Consiglio di Sicurezza ONU”. Alla domanda specifica sulle minacce americane di sanzionare chi compra greggio iraniano, il 16 aprile il portavoce Guo Jiakun ha risposto esattamente in questi termini. Tradotto in linguaggio geopolitico: la Cina non ha alcun incentivo a farsi espellere dal barile iraniano per obbedire a Washington, specie in una fase in cui la sicurezza energetica asiatica è già sotto stress.
Questo aspetto è cruciale per i mercati. Se gli Stati Uniti irrigidiscono davvero le sanzioni secondarie contro gli acquirenti di petrolio iraniano, lo scontro non resta regionale: diventa anche un test sulla capacità americana di imporre extraterritorialmente disciplina energetica a Pechino. Una stretta effettiva al commercio sino-iraniano aumenterebbe il premio al rischio sul greggio, spingerebbe gli importatori asiatici verso rotte e qualità alternative, e rimetterebbe pressione su noli, assicurazioni, raffinazione e catene industriali globali. La stessa Cina, nelle sue dichiarazioni ufficiali, continua infatti a legare la crisi di Hormuz ai rischi per “world economy and global energy security”.
I listini asiatici, non a caso, raccontano un quadro meno lineare dell’euforia occidentale. Il Nikkei ha chiuso il 17 aprile a 58.475,90 punti, in calo dell’1,75%; l’Hang Seng a Hong Kong ha perso lo 0,89% a 26.160; il CSI 300 cinese ha ceduto lo 0,17% a 4.728,67. In Asia ci sono stati anche mercati forti — Reuters segnala un KOSPI vicino ai record e Taiwan su nuovi massimi nei giorni precedenti — ma il messaggio complessivo è che la “pace” è stata prezzata in modo molto più selettivo di quanto suggerisca il trionfalismo di venerdì a New York e in Europa.
La vera domanda, quindi, non è se i mercati abbiano fatto bene a festeggiare un alleggerimento tattico del rischio. Quella parte è razionale: se il petrolio perde circa il 9%-11% in una seduta perché Hormuz sembra riaprirsi, gli indici che soffrono l’energia cara reagiscono. La domanda giusta è se fosse corretto spingersi fino a massimi storici e multipli da scenario quasi normalizzato quando: 1) non esiste un accordo definitivo USA-Iran; 2) i colloqui Vance-Teheran non hanno ancora prodotto un’intesa; 3) Teheran continua a parlare di controllo militare dello stretto; 4) il blocco navale USA nel Mare dell’Oman e verso i porti iraniani resta operativo; 5) il traffico commerciale è ancora lontanissimo dai volumi normali. Su questi cinque punti, la risposta è no.
L’euforia, dunque, è solo in parte giustificata. È giustificata come repricing di breve dopo il rischio di una chiusura totale e prolungata di Hormuz. Non è giustificata, invece, come scommessa su una fine imminente e lineare della guerra. I mercati stanno trattando come transitoria una crisi che resta strutturale: energetica, marittima, militare e potenzialmente sino-americana. Reuters osservava già il 14 aprile che le azioni USA avevano recuperato tutte le perdite di guerra mentre il petrolio restava ancora su livelli punitivi: è il segnale classico di una divergenza che può durare poco se la realtà logistica non conferma la narrativa finanziaria.
Siamo all’inizio della più grande crisi finanziaria mondiale degli ultimi 70 anni? Difficile dirlo oggi sarebbe ma i dai dati disponibili suggeriscono molta cautela e disciplina poiché i segnali di una crisi imminente e profonda ci sono ed è ormai chiaro che la situazione non finirà con un post o con promesse accomodanti ed effimere. Sarebbe quindi sbagliato scambiare il rally di venerdì 17 aprile per la prova che il peggio sia alle spalle. La lettura più seria è questa: i mercati hanno prezzato una distensione che ancora non esiste nei fatti. Se nelle prossime sedute non vedremo una normalizzazione verificabile dei flussi attraverso Hormuz, un allentamento concreto del blocco navale USA e un’intesa diplomatica reale, il rally rischia di rivelarsi fragile. A rendere ancora più complesso il quadro, emergono dubbi persino sulle basi stesse della guerra: la direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard ha infatti dichiarato in sede ufficiale che “il programma iraniano di arricchimento dell’uranio è stato annientato. Da allora l’Iran non ha fatto alcun tentativo di riprendere l’arricchimento”, aggiungendo che gli impianti erano stati “sigillati con il cemento”. Una valutazione che contraddice direttamente la narrativa di una minaccia nucleare imminente utilizzata per giustificare il conflitto. Se il presupposto strategico appare quantomeno controverso, allora l’attuale euforia dei mercati poggia non solo su una pace non ancora raggiunta, ma anche su fondamenta geopolitiche meno solide di quanto venga raccontato. In questo scenario, più che l’inizio di un nuovo ciclo rialzista, il rally potrebbe rivelarsi un anticipo di volatilità molto più profonda.