Oro tra Fed, Treasury e rischio geopolitico

Inflazione, petrolio e rendimenti frenano il rally, mentre lavoro USA e tensioni internazionali sostengono la domanda

MateriePrime 18/08/2026 4FT News
Oro tra Fed, Treasury e rischio geopolitico

L’oro attraversa una fase particolarmente complessa, nella quale fattori tradizionalmente favorevoli al metallo prezioso si contrappongono a pressioni macroeconomiche che ne limitano il potenziale rialzista nel breve periodo.

Al 18 agosto 2026, XAU/USD si muove intorno a 4.397 dollari l’oncia, dopo avere oscillato nella seduta tra circa 4.386 e 4.436 dollari. Nonostante la recente flessione, il prezzo registra un progresso vicino al 10% nell’ultimo mese e superiore al 30% rispetto a un anno fa.

Il movimento evidenzia un ritorno della domanda difensiva dopo la profonda correzione osservata tra gennaio e giugno. Per comprendere se il recupero possa trasformarsi in una nuova fase rialzista, tuttavia, occorre analizzare contemporaneamente politica monetaria, inflazione, mercato del lavoro, Treasury, petrolio e rischio geopolitico.

Il mercato del lavoro USA sostiene l’oro

Uno dei principali elementi favorevoli al metallo prezioso arriva dal mercato del lavoro statunitense.

A luglio, l’occupazione non agricola è diminuita di 23.000 unità, dopo una crescita media mensile di appena 34.000 posti nei dodici mesi precedenti. Il tasso di disoccupazione è rimasto relativamente stabile al 4,1%, mentre il tasso di partecipazione alla forza lavoro si è attestato al 61,4%, in calo di 0,7 punti percentuali da gennaio.

Il quadro non indica necessariamente l’ingresso immediato dell’economia americana in recessione. Il numero complessivo dei disoccupati non sta aumentando rapidamente e alcuni settori, come la sanità, continuano a creare nuovi posti di lavoro. La perdita occupazionale di luglio rappresenta comunque un segnale evidente di rallentamento.

Per l’oro, la debolezza del lavoro è generalmente positiva. Una crescita meno dinamica riduce la probabilità che la Federal Reserve continui ad alzare i tassi d’interesse e può anticipare una politica monetaria più accomodante.

Tassi più bassi, o anche soltanto aspettative di una futura riduzione, tendono a diminuire il rendimento offerto dalle obbligazioni e il costo opportunità di detenere oro, un’attività che non distribuisce interessi.

Inflazione core in calo, ma l’energia preoccupa

Anche gli ultimi dati sui prezzi al consumo presentano alcuni elementi favorevoli.

A luglio, l’indice dei prezzi al consumo statunitense è aumentato dello 0,1% rispetto al mese precedente e del 3,4% su base annua, in rallentamento dal 3,5% di giugno. L’inflazione core, calcolata escludendo alimentari ed energia, è scesa dal 2,6% al 2,5%.

La componente core è particolarmente importante perché aiuta a comprendere la direzione delle pressioni inflazionistiche più persistenti. Il suo rallentamento riduce, almeno in teoria, la necessità di ulteriori rialzi dei tassi da parte della Federal Reserve.

Il quadro cambia però osservando i prezzi dell’energia. A luglio, la relativa componente del CPI è aumentata del 14,7% rispetto a un anno prima. Contemporaneamente, il Brent è tornato sopra i 90 dollari al barile, alimentato dalle tensioni in Medio Oriente e dalle difficoltà che interessano lo Stretto di Hormuz.

Anche il PCE Price Index, la misura dell’inflazione maggiormente seguita dalla Federal Reserve, invita alla prudenza. A giugno l’indice complessivo è diminuito dello 0,1% su base mensile, ma è rimasto al 3,7% annuo. La componente core è aumentata dello 0,1% rispetto a maggio.

Ne deriva uno scenario contrastante: le pressioni di fondo stanno rallentando, mentre l’energia rischia di provocare una nuova accelerazione dell’inflazione complessiva.

Il rischio di uno scenario stagflazionistico

La combinazione tra indebolimento del mercato del lavoro e aumento dei prezzi energetici avvicina l’economia a una configurazione potenzialmente stagflazionistica.

Con il termine stagflazione si indica una fase caratterizzata da crescita debole e inflazione elevata. Per le banche centrali è uno degli scenari più difficili da gestire: ridurre i tassi può sostenere l’economia ma aggravare l’inflazione, mentre mantenerli elevati può contenere i prezzi ma accentuare il rallentamento.

Storicamente, l’oro tende a beneficiare di queste condizioni nel medio-lungo periodo, grazie al suo ruolo di riserva di valore e strumento di protezione dalla perdita di potere d’acquisto.

La reazione di breve periodo può però essere differente. Se il rincaro del petrolio alimenta aspettative di nuovi rialzi dei tassi, i rendimenti obbligazionari e il dollaro possono salire, penalizzando temporaneamente XAU/USD.

L’inflazione, quindi, non è automaticamente positiva per il metallo prezioso. Occorre distinguere tra la domanda di copertura di lungo periodo e la reazione immediata delle aspettative sui tassi.

Federal Reserve divisa sulla politica monetaria

Nella riunione del 28 e 29 luglio, la Federal Reserve ha mantenuto il tasso sui federal funds nell’intervallo compreso tra il 3,50% e il 3,75%.

La decisione è stata approvata con nove voti favorevoli e tre contrari, una divisione che evidenzia l’incertezza all’interno del Federal Open Market Committee.

Dopo la pubblicazione del rapporto sull’occupazione, dell’inflazione inferiore alle attese e di vendite al dettaglio più deboli, il mercato ha aumentato la probabilità di una pausa monetaria. Le stime attribuiscono circa il 65% di possibilità al mantenimento dei tassi nella riunione del 15 e 16 settembre.

Prima di quella decisione, gli investitori analizzeranno diversi appuntamenti:

  • i verbali della riunione Fed di luglio;

  • le indicazioni provenienti dal simposio di Jackson Hole;

  • il PCE di luglio, previsto il 26 agosto;

  • il prossimo rapporto sull’occupazione;

  • il CPI di agosto, in calendario l’11 settembre.

La combinazione più favorevole all’oro sarebbe rappresentata da inflazione core in rallentamento, mercato del lavoro debole e rendimenti reali in discesa. Un nuovo aumento dell’inflazione energetica, accompagnato da una Fed più aggressiva, costituirebbe invece il principale rischio nel breve termine.

Treasury ai massimi e costo opportunità dell’oro

Il maggiore ostacolo per il metallo prezioso arriva attualmente dal mercato obbligazionario.

Il rendimento del Treasury decennale statunitense è salito verso il 4,74%, mentre quello del trentennale ha raggiunto circa il 5,33%, il livello più alto dal 2007.

Quando i rendimenti reali e nominali aumentano, le obbligazioni diventano più competitive rispetto all’oro. Un investitore può ottenere un interesse elevato detenendo Treasury, mentre il metallo prezioso non produce flussi cedolari. Questo meccanismo spiega buona parte della pressione ribassista osservata nelle ultime sedute.

L’aumento dei rendimenti non dipende però esclusivamente dalle aspettative sulla Federal Reserve. Il mercato obbligazionario sta incorporando anche:

  • un’inflazione energetica più elevata;

  • il crescente deficit federale;

  • l’aumento delle emissioni di debito pubblico;

  • i dubbi sulla sostenibilità fiscale statunitense;

  • la forte domanda di capitale collegata agli investimenti tecnologici;

  • una minore disponibilità degli investitori ad acquistare titoli di lunga durata.

Questa distinzione è fondamentale. Se i rendimenti salgono perché l’economia è forte e la Fed rimane restrittiva, l’impatto sull’oro è prevalentemente negativo. Se salgono per timori relativi a deficit, debito e stabilità monetaria, il metallo può continuare a ricevere domanda come alternativa alle attività finanziarie tradizionali.

Dollaro ancora determinante per XAU/USD

Anche il dollaro svolge un ruolo centrale.

Poiché l’oro è quotato prevalentemente nella valuta statunitense, un dollaro più forte rende il metallo più costoso per gli investitori che utilizzano altre divise, riducendone potenzialmente la domanda. Un dollaro debole produce generalmente l’effetto opposto.

Nell’attuale fase di mercato, la valuta americana beneficia dei rendimenti elevati e della ricerca di liquidità. Le aspettative di una pausa della Fed ne limitano però il potenziale di apprezzamento.

Una discesa simultanea del dollaro e dei rendimenti reali costituirebbe probabilmente il catalizzatore macroeconomico più favorevole per un superamento della resistenza tecnica in area 4.500 dollari.

Guerra USA-Iran: effetto ambivalente

Il conflitto tra Stati Uniti e Iran rimane il principale fattore geopolitico seguito dai mercati.

Il mancato prolungamento della tregua, la postura più offensiva annunciata da Teheran e le difficoltà di transito attraverso lo Stretto di Hormuz aumentano il rischio di interruzioni nelle forniture energetiche mondiali.

In teoria, un’escalation militare dovrebbe favorire l’oro attraverso la domanda di beni rifugio. In pratica, la relazione è diventata più complessa.

Il rischio geopolitico produce infatti due effetti contrapposti:

  1. aumenta la domanda difensiva di oro;

  2. spinge il petrolio e l’inflazione verso l’alto, sostenendo Treasury e dollaro.

Durante le fasi più acute della crisi, l’oro non ha sempre funzionato immediatamente da bene rifugio. Dopo il massimo di gennaio, il prezzo è sceso fino a meno di 4.000 dollari a giugno, anche perché molti investitori hanno privilegiato la liquidità e alcune istituzioni potrebbero avere ridotto le proprie riserve.

Il recupero di agosto verso 4.400 dollari segnala che la funzione difensiva del metallo sta gradualmente riemergendo. Una nuova escalation potrebbe quindi sostenerne il prezzo, a condizione che il conseguente aumento del petrolio non provochi un incremento ancora più rapido dei rendimenti reali.

ETF e acquisti istituzionali sostengono il mercato

La domanda strutturale rimane uno dei principali punti di forza dell’oro.

Negli ultimi anni, diverse banche centrali hanno aumentato le proprie riserve per ridurre la dipendenza dal dollaro e diversificare gli attivi. La forza del recente recupero e i premi osservati sui mercati asiatici suggeriscono inoltre un ritorno della domanda istituzionale per lingotti di grandi dimensioni.

Questa interpretazione deve essere considerata un’inferenza e non una conferma definitiva di nuovi acquisti ufficiali. È possibile che banche centrali, fondi sovrani e grandi investitori stiano ricostruendo le posizioni ridotte durante la prima fase della crisi.

Nella prima metà di agosto, gli ETF garantiti da oro hanno registrato afflussi per circa 7 miliardi di dollari, portando il patrimonio complessivo vicino a 582 miliardi. Si tratta di un segnale positivo, anche se non ancora sufficiente per parlare di una nuova fase di acquisti generalizzati.

Più debole appare invece la domanda di gioielleria, monete e piccoli lingotti. Prezzi superiori a 4.000 dollari riducono l’accessibilità del metallo, soprattutto nei mercati asiatici sensibili al costo finale.

Il rialzo attuale dipende quindi maggiormente da investitori istituzionali, ETF, fondi sovrani e banche centrali rispetto alla domanda tradizionale dei consumatori.

Analisi tecnica: recupero ancora incompleto

Dal punto di vista tecnico, il recupero avviato sotto quota 4.000 ha riportato XAU/USD sopra la resistenza di 4.380 dollari e sopra la media mobile esponenziale a 50 periodi di breve termine.

La struttura osservata nel corso di agosto presenta massimi e minimi crescenti. Il trend di breve periodo rimane quindi moderatamente rialzista finché il prezzo conserva la fascia compresa tra 4.320 e 4.350 dollari.

Sul lungo periodo, tuttavia, il quadro non ha ancora prodotto una conferma definitiva. Il prezzo si trova sotto la media mobile a 200 giorni, attualmente collocata intorno a 4.504 dollari. Questa soglia separa un semplice rimbalzo tecnico da una possibile ripresa strutturale del mercato rialzista.

Momentum debole, ma non completamente ribassista

Gli indicatori tecnici mostrano una perdita di forza nel brevissimo periodo.

L’RSI a 14 periodi si colloca intorno a 44–45. Il valore segnala un momentum moderatamente ribassista, ma non una condizione di ipervenduto estremo. Il MACD rimane leggermente positivo, suggerendo che il recupero non è ancora completamente esaurito.

Lo Stocastico e lo Stochastic RSI sono invece entrati in area di ipervenduto, mentre il CCI si trova vicino a −89. Questi segnali confermano la pressione ribassista recente, ma indicano anche la possibilità di una reazione tecnica qualora i supporti principali dovessero resistere.

L’ADX vicino a 30 mostra un movimento direzionale abbastanza significativo. L’ATR segnala una volatilità ancora elevata, sebbene inferiore rispetto alle fasi più acute della crisi geopolitica.

Nel complesso, gli indicatori descrivono una correzione di breve all’interno di una struttura più costruttiva: il momentum si è indebolito, ma non è ancora emerso un segnale sufficiente per confermare un’inversione ribassista di medio periodo.

I livelli tecnici da monitorare

Il primo supporto si trova tra 4.380 e 4.386 dollari. Una rottura di questa fascia potrebbe estendere la correzione verso l’area 4.350–4.320.

Quota 4.320 rappresenta il livello più importante per la tenuta del trend di agosto. Una chiusura giornaliera inferiore deteriorerebbe il quadro tecnico e aprirebbe spazio verso 4.280–4.260, seguiti da 4.200–4.180 dollari.

In presenza di un forte apprezzamento del dollaro e di un ulteriore aumento dei rendimenti, non si potrebbe escludere un ritorno verso la soglia psicologica dei 4.000 dollari.

Sul fronte rialzista, le prime resistenze sono collocate tra 4.436 e 4.450 dollari. Una chiusura giornaliera superiore favorirebbe un’estensione verso 4.470–4.480.

La vera barriera rimane però compresa tra 4.500 e 4.505 dollari, dove transita la media mobile a 200 giorni. Il superamento confermato di questo livello, accompagnato da rendimenti in discesa e volumi crescenti, offrirebbe un segnale tecnico molto più robusto.

In tale scenario, i target successivi potrebbero essere individuati a 4.550, 4.620–4.650 e 4.750 dollari. Un movimento particolarmente forte potrebbe successivamente riportare l’attenzione verso 4.900–5.000.

I tre possibili scenari per l’oro

Scenario rialzista

L’oro supera 4.450 e successivamente 4.505 dollari, sostenuto da una Federal Reserve più accomodante, dal rallentamento dell’inflazione core, dalla discesa dei rendimenti reali e da un dollaro meno forte.

Un’eventuale escalation geopolitica potrebbe accelerare il movimento, soprattutto se prevalesse la ricerca di beni rifugio rispetto alle preoccupazioni per l’inflazione energetica.

Scenario laterale

Il prezzo rimane compreso tra 4.320 e 4.505 dollari. Sarebbe lo scenario più coerente con una fase di attesa prima dei prossimi dati macroeconomici e delle indicazioni della Fed.

All’interno di questo intervallo potrebbero verificarsi oscillazioni ampie e rapide senza una vera direzione di medio periodo. Quota 4.400 continuerebbe a rappresentare il principale livello di equilibrio.

Scenario ribassista

La rottura di 4.320 dollari sarebbe il primo segnale di deterioramento significativo. Lo scenario diventerebbe più probabile in presenza di petrolio ancora in rialzo, comunicazioni aggressive della Fed, ripresa dell’inflazione e Treasury decennale stabilmente sopra il 4,75–4,80%.

In questo caso, il mercato potrebbe dirigersi verso 4.280–4.260 e successivamente 4.200–4.180 dollari.

Prospettive: oro positivo, ma il breakout non c’è ancora

Il quadro complessivo dell’oro rimane favorevole nel medio-lungo periodo, mentre nel breve prevale un’impostazione neutrale-rialzista esposta al rischio di correzione.

La debolezza del mercato del lavoro, il rallentamento dell’inflazione core, gli acquisti istituzionali e le tensioni geopolitiche continuano a sostenere la domanda. Dall’altra parte, il Treasury decennale vicino al 4,74%, il trentennale sopra il 5,3%, il petrolio oltre 90 dollari e la resistenza rappresentata dalla media mobile a 200 giorni impediscono di considerare già confermata una nuova fase rialzista.

I due livelli centrali restano 4.320 e 4.505 dollari. Tra queste soglie, lo scenario dominante è quello di un consolidamento volatile. Sopra 4.505 aumenterebbe sensibilmente la probabilità di una nuova gamba rialzista; sotto 4.320 diventerebbe invece concreta una correzione più profonda.

La direzione del prossimo movimento dipenderà meno dalla geopolitica considerata isolatamente e più dalla reazione congiunta di petrolio, inflazione, Federal Reserve, dollaro e rendimenti reali.

Disclaimer: il presente articolo ha finalità esclusivamente informative e non costituisce consulenza finanziaria, sollecitazione all’investimento o raccomandazione operativa. L’oro può registrare variazioni rapide e significative, soprattutto in occasione di eventi macroeconomici e geopolitici.