Tassi più alti, yen e rendimenti sotto i riflettori: Nasdaq e oro affrontano una settimana di riprezzamento.
La settimana delle banche centrali sta consegnando ai mercati un messaggio più restrittivo del previsto. Dopo l’aumento deciso dalla Banca Centrale Europea il 10 settembre, mercoledì 16 settembre la Federal Reserve ha alzato i tassi statunitensi. Venerdì 18 settembre sarà la volta della Bank of Japan, che dovrebbe proseguire la normalizzazione monetaria.
Il filo conduttore è il ritorno dell’inflazione in un contesto ancora sostenuto dalla domanda e dagli investimenti, ma sempre più esposto allo shock energetico e ai rischi geopolitici. Per gli investitori significa un costo del denaro più elevato più a lungo, rendimenti obbligazionari sotto pressione e una maggiore sensibilità delle valutazioni azionarie, soprattutto nei comparti tecnologici. L’oro, invece, si trova stretto tra l’aumento dei rendimenti reali e la domanda di protezione.
La Fed alza i tassi e mantiene un tono hawkish
Il FOMC ha votato all’unanimità un rialzo di 25 punti base, portando il corridoio dei federal funds al 3,75–4,00%. È il primo aumento dal 2023. Nel comunicato ufficiale, la Fed descrive un’economia in espansione a ritmo solido, consumi domestici resilienti, produttività e investimenti in capitale robusti, ma riconosce che l’inflazione resta elevata. La decisione è stata quindi presentata come necessaria per accelerare il ritorno dell’inflazione verso l’obiettivo del 2%.
Il comunicato ufficiale della Federal Reserve e le nuove proiezioni confermano che la stretta potrebbe non essere un intervento isolato. Il dot plot indica un altro rialzo di 25 punti base entro la fine del 2026 per la maggioranza dei componenti che hanno presentato le proprie previsioni; i futures sui Fed funds incorporano probabilità quasi pari per una mossa già a ottobre e un ulteriore aumento entro dicembre.
Il cambiamento più rilevante è nel tono. La decisione era ampiamente attesa, ma il voto unanime e l’assenza di un’immediata apertura a tagli nel 2027 hanno spinto gli operatori a rivedere verso l’alto la traiettoria dei tassi. La Fed ha inoltre alzato la previsione mediana d’inflazione PCE per il 2026 al 3,7%, dal 3,6% di giugno, e ora prevede il ritorno al 2% soltanto nel 2029. La crescita statunitense è stata invece rivista lievemente al rialzo al 2,3%, con disoccupazione attesa al 4,1% a fine anno.
Le pressioni derivano dalla combinazione di energia più costosa legata al conflitto in Medio Oriente, dazi, domanda interna e investimenti nel ciclo dell’intelligenza artificiale.
Anche la BCE ha scelto la prudenza restrittiva
Il 10 settembre la BCE ha aumentato di 25 punti base tutti e tre i tassi ufficiali, con efficacia dal 16 settembre: tasso sui depositi al 2,50%, rifinanziamento principale al 2,65% e tasso sui prestiti marginali al 2,90%.
Le nuove proiezioni vedono l’inflazione headline al 3,0% nel 2026, al 2,5% nel 2027 e al 2,1% nel 2028. La crescita dovrebbe rallentare allo 0,9% nel 2026, prima di risalire all’1,4% nel 2027 e all’1,5% nel 2028. La BCE mantiene un approccio dipendente dai dati e non si impegna su un percorso prestabilito.
La decisione ufficiale della BCE mostra che Fed e BCE si stanno muovendo nella stessa direzione, ma non nello stesso punto del ciclo. Negli Stati Uniti la priorità è reagire a un’economia ancora resiliente e a un’inflazione persistente; nell’area euro il rischio è combinare prezzi energetici elevati e crescita debole. In entrambi i casi, il risultato per i mercati è un irrigidimento delle condizioni finanziarie.
BoJ: rialzo quasi scontato, sorpresa nella comunicazione
La riunione della BoJ del 17–18 settembre rappresenta il passaggio più delicato per i mercati globali. Il consenso prevede un aumento di 25 punti base dall’1,00% all’1,25%, livello che non si vede da 31 anni.
Poiché la decisione è già ampiamente incorporata nei prezzi, il vero evento sarà la conferenza del governatore Kazuo Ueda. I mercati cercheranno indicazioni sulla velocità dei prossimi rialzi e sulla distanza dal tasso neutrale. Un messaggio più aggressivo potrebbe sostenere lo yen e aumentare i rendimenti dei titoli di Stato giapponesi; un approccio cauto potrebbe invece riattivare le vendite di yen e mantenere in vita il carry trade.
Nasdaq: la variabile decisiva sono i rendimenti reali
Il Nasdaq è il principale termometro della nuova fase perché concentra società con valutazioni basate su utili attesi molto lontani nel tempo. Quando salgono i tassi privi di rischio, il valore attuale di quegli utili diminuisce e gli investitori diventano più esigenti sui multipli.
La reazione iniziale è stata contenuta ma non rassicurante: mercoledì Wall Street ha chiuso in lieve calo, mentre nella mattinata asiatica di giovedì i futures sul Nasdaq hanno recuperato circa lo 0,7%. R
Il recupero dei futures non equivale a una svolta rialzista. Indica piuttosto che parte del messaggio hawkish era già prezzata. Nel breve periodo, un calo dei rendimenti lunghi potrebbe offrire sollievo al Nasdaq; al contrario, un nuovo aumento dei rendimenti reali o una BoJ più aggressiva aumenterebbero il rischio di compressione dei multipli e di rotazione verso titoli difensivi e value.
Oro: pressione dai tassi, sostegno da geopolitica e inflazione
Per l’oro il primo canale è negativo: tassi più elevati e dollaro forte aumentano il costo opportunità di un’attività che non distribuisce cedole. Il metallo ha infatti toccato mercoledì un minimo di quasi sei settimane dopo la decisione della Fed.
La reazione successiva è stata però più resiliente. Il 17 settembre l’oro spot è risalito di circa lo 0,7–0,8% verso 4.293–4.295 dollari l’oncia.
Se Fed e BoJ confermassero una traiettoria più restrittiva, con dollaro e rendimenti reali in aumento, la pressione potrebbe proseguire. Se invece lo shock energetico dovesse riaccendere i timori di stagflazione, il conflitto dovesse intensificarsi o la crescita rallentasse abbastanza da far scendere i rendimenti, la domanda di bene rifugio potrebbe tornare dominante.
Il punto chiave per i mercati
La sequenza Fed-BCE-BoJ riflette il tentativo delle banche centrali di impedire che energia, dazi, valute deboli e domanda ancora solida trasformino uno shock esterno in inflazione persistente.
Per il Nasdaq, la variabile da monitorare è il rendimento reale statunitense più che il singolo rialzo. Per l’oro, il conflitto è tra dollaro e rendimenti da un lato, e funzione di protezione dall’inflazione e dal rischio geopolitico dall’altro. La conferenza di Ueda potrebbe diventare il prossimo catalizzatore globale.
Disclaimer: questo articolo ha finalità esclusivamente informative e non costituisce una raccomandazione d’investimento.