Intervento giapponese e BoJ più falco ribaltano i cross JPY, mentre Hormuz alza il premio per il rischio
Yen, la scossa che ha fermato i carry trade
Intervento giapponese e BoJ più falco ribaltano i cross JPY, mentre Hormuz alza il premio per il rischio
Il 30 aprile il mercato valutario ha ricevuto un segnale netto: Tokyo non intende più tollerare una svalutazione disordinata dello yen. Dopo giorni di pressione crescente, con USD/JPY arrivato oltre quota 160, le autorità giapponesi sono intervenute per sostenere la valuta, provocando un brusco ribasso di tutti i principali cross contro yen. Reuters ha riportato che il dollaro era salito fino a 160,725 yen, prima che l’intervento spingesse USD/JPY fino a 155,5, con un apprezzamento dello yen fino al 3% nel corso della seduta.
Tecnicamente non si tratta di una “mossa della BoJ” in senso stretto: in Giappone le decisioni di intervento valutario competono al Ministero delle Finanze, mentre la Bank of Japan esegue le operazioni come agente del ministero. La distinzione è importante, perché la BoJ ha agito su un altro fronte: quello della politica monetaria. Il 28 aprile ha lasciato il tasso overnight intorno allo 0,75%, ma con un voto diviso 6-3; tre membri del board avevano proposto un rialzo all’1,0%, segnalando un cambio di tono molto più restrittivo rispetto ai mesi precedenti.
La combinazione tra intervento valutario, dissenso interno alla BoJ e rischio geopolitico ha creato le condizioni per un violento unwinding dei carry trade. Il meccanismo è semplice: quando lo yen è debole e i tassi giapponesi restano inferiori a quelli delle altre economie, molti investitori prendono a prestito yen per acquistare valute a rendimento più elevato. Ma quando Tokyo minaccia o realizza interventi, la copertura di queste posizioni può diventare rapida e aggressiva.
Il contesto internazionale ha amplificato il movimento. La chiusura dello Stretto di Hormuz e la guerra in Iran hanno riportato il petrolio al centro della scena macro. L’EIA ricorda che attraverso Hormuz sono transitati circa 20,9 milioni di barili al giorno nella prima metà del 2025, pari a circa il 20% del consumo globale di liquidi petroliferi. Per il Giappone il tema è particolarmente delicato: la stessa BoJ sottolinea che oltre il 90% delle importazioni annue di greggio giapponese proviene dal Medio Oriente.
In questo quadro, uno yen debole non è più solo un vantaggio competitivo per l’export, ma diventa un canale di inflazione importata. Petrolio più caro, yen debole e maggiore costo dell’energia comprimono redditi reali e margini aziendali. Nel suo Outlook di aprile, la BoJ ha indicato che il CPI core giapponese potrebbe collocarsi nel range 2,5%-3,0% nell’anno fiscale 2026, con rischi al rialzo sui prezzi e al ribasso sulla crescita proprio a causa del caro energia e delle tensioni in Medio Oriente.
Sul mercato, la reazione è stata trasversale. USD/JPY è stato il barometro principale: secondo i dati storici Yahoo Finance, il 30 aprile il cambio ha aperto in area 160,32, ha toccato un massimo a 160,72, è sceso fino a 155,51 e ha chiuso a 156,52. La variazione open-close è stata quindi di circa -2,4%, mentre l’escursione massimo-minimo ha superato il 3%.
La rottura sotto 158-159 ha cambiato il quadro tecnico di breve periodo. Fino al superamento di 160, il trend era ancora dominato dalla divergenza tra Fed e BoJ e dal differenziale dei rendimenti. Dopo l’intervento, invece, il mercato ha iniziato a prezzare un rischio asimmetrico: sopra 160 la probabilità di nuove azioni ufficiali aumenta, mentre sotto 156-155 si apre una fase di consolidamento più ampia. Le prime resistenze sono ora in area 158,60-159,00 e poi 160,70; i supporti chiave restano 155,50 e, più in basso, l’area 154.
EUR/JPY ha seguito lo stesso schema, ma con una dinamica resa più complessa dalla politica europea. Il cross ha aperto il 30 aprile a 187,20, ha segnato un massimo a 187,55, è sceso fino a 182,26 e ha chiuso a 183,10: un calo open-close di circa -2,2%. La discesa ha cancellato in poche ore la costruzione rialzista delle sedute precedenti, riportando il cambio verso la parte bassa del range recente. Dal punto di vista tecnico, l’area 182,20-183,00 diventa il primo supporto da difendere. Un recupero stabile sopra 185,50-186,00 ridurrebbe la pressione ribassista, ma solo un ritorno sopra 187,50 riaprirebbe lo scenario di forza precedente.
AUD/JPY è stato colpito in modo significativo perché resta uno dei cross più sensibili al sentiment globale. L’Aussie tende a beneficiare delle fasi di propensione al rischio e di domanda per materie prime, ma quando il mercato riduce leva e carry trade, il cross contro yen può scendere rapidamente. Il 30 aprile AUD/JPY ha aperto a 114,08, ha toccato 114,44, è sceso fino a 111,30 e ha chiuso a 112,43, con una perdita open-close di circa -1,45%.
La fotografia tecnica resta meno compromessa rispetto a USD/JPY, ma il segnale è chiaro: la zona 114,50-114,70 ha respinto i compratori e ha generato un’inversione violenta. Il primo supporto passa in area 111,30-111,10; sotto tale livello, il mercato potrebbe rivedere le aree di accumulazione precedenti. Al rialzo, invece, 113,30 e poi 114,70 sono i livelli da superare per ricostruire una struttura positiva.
CAD/JPY ha mostrato una dinamica intermedia. Il dollaro canadese è sostenuto dal rialzo del petrolio, ma l’effetto positivo delle commodities non è bastato a compensare la forza improvvisa dello yen. Il 30 aprile il cross ha aperto a 117,18, ha segnato un massimo a 117,51, è sceso fino a 113,87 e ha chiuso a 115,17, con una flessione open-close di circa -1,7%.
In termini tecnici, CAD/JPY resta un cross da osservare con attenzione perché l’area 117,50 coincide con un massimo rilevante e con una zona di possibile esaurimento del trend rialzista. Il primo supporto operativo si colloca tra 114,40 e 113,90; una tenuta sopra questa fascia manterrebbe il movimento correttivo sotto controllo. Viceversa, una rottura netta aprirebbe spazio a un rientro più profondo verso 112,50-111,80. Al rialzo, il recupero di 116,60 sarebbe il primo segnale di stabilizzazione.
La lettura complessiva è che il ribasso del 30 aprile non va interpretato come una semplice correzione tecnica, ma come una rottura del precedente equilibrio di mercato. Fino a pochi giorni fa il tema dominante era la debolezza strutturale dello yen, alimentata dal differenziale dei tassi e dalla cautela della BoJ. Ora il mercato deve incorporare tre nuovi fattori: la possibilità di nuovi interventi ufficiali, una BoJ più divisa e potenzialmente più vicina a un rialzo, e un quadro geopolitico che rende il cambio troppo debole un problema inflazionistico per il Giappone.
Resta però un punto essenziale: gli interventi valutari possono frenare il movimento, ma difficilmente cambiano da soli una tendenza di fondo. Per trasformare il rimbalzo dello yen in un’inversione duratura serviranno segnali più concreti sul fronte dei tassi giapponesi o un indebolimento più stabile del dollaro e delle valute ad alto rendimento. Nel frattempo, i cross JPY entrano in una fase nuova: meno lineare, più volatile e molto più sensibile a ogni parola proveniente da Tokyo.