Tokenizzare la Borsa: la nuova frontiera

Azioni, obbligazioni e fondi possono diventare token. La vera partita è appena iniziata?

Azioni 19/05/2026 4FT News
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Per decenni abbiamo immaginato la Borsa come un luogo fisico: uomini in giacca che urlano ordini, monitor pieni di numeri, campanelle che segnano l’apertura e la chiusura dei mercati. Poi la finanza è diventata elettronica. I certificati cartacei sono stati sostituiti da registrazioni digitali, gli ordini sono passati dai telefoni alle piattaforme online, il trading è entrato nelle app degli investitori comuni.

Ora si parla di un nuovo passaggio: la tokenizzazione dei titoli. Un’espressione che può sembrare complicata, quasi riservata agli addetti ai lavori, ma che in realtà descrive un’idea abbastanza semplice: rappresentare strumenti finanziari tradizionali, come azioni, obbligazioni o quote di fondi, attraverso token digitali registrati su una blockchain o su una tecnologia simile, chiamata DLT, Distributed Ledger Technology.

Non significa necessariamente trasformare la Borsa in un casinò crypto, né dire che domani tutte le azioni saranno scambiate come Bitcoin. Significa piuttosto usare una nuova infrastruttura tecnologica per registrare, trasferire e gestire strumenti finanziari che esistono già.

Che cos’è davvero un titolo tokenizzato

Un titolo tokenizzato è, in parole semplici, una rappresentazione digitale di un’attività finanziaria. Se oggi compriamo un’azione, non riceviamo più un certificato cartaceo: il nostro possesso viene registrato da intermediari, depositari e infrastrutture di mercato. Con la tokenizzazione, quella registrazione può avvenire su un registro digitale condiviso, aggiornato in modo sincronizzato tra più partecipanti.

La novità non è solo “mettere un titolo su blockchain”. La vera differenza è che il token può incorporare alcune regole operative: trasferimento, pagamento, verifica della proprietà, distribuzione di cedole o dividendi, eventuali restrizioni alla circolazione. In teoria, una parte dei processi oggi gestiti da più soggetti separati potrebbe diventare più automatica.

L’ESMA, l’autorità europea dei mercati finanziari, definisce la tokenizzazione come la rappresentazione digitale di strumenti finanziari su DLT o l’emissione di asset tradizionali in forma tokenizzata, con possibili miglioramenti di efficienza nei processi di trading e post-trading. Il DLT Pilot Regime europeo, applicabile dal 23 marzo 2023, crea infatti un quadro per sperimentare trading e regolamento di strumenti finanziari su DLT, preservando protezione degli investitori, integrità del mercato e stabilità finanziaria.

Il punto fondamentale, però, è distinguere tra due cose diverse: un vero titolo tokenizzato e un token che replica il prezzo di un titolo. Nel primo caso, il token rappresenta effettivamente uno strumento finanziario regolamentato. Nel secondo, potremmo avere solo un prodotto che segue l’andamento di un’azione, ma senza dare al compratore gli stessi diritti di un azionista.

Questa distinzione sarà decisiva per il futuro del settore.

Perché se ne parla proprio adesso

La tokenizzazione non nasce oggi, ma oggi sta entrando in una fase nuova. Per anni è rimasta soprattutto un tema da conferenze fintech, sperimentazioni bancarie e progetti pilota. Ora, invece, iniziano a muoversi istituzioni, autorità di vigilanza, banche centrali e grandi operatori di mercato.

In Europa, il DLT Pilot Regime ha aperto la strada a nuove infrastrutture di mercato basate su DLT: sistemi di negoziazione, sistemi di regolamento e piattaforme che combinano entrambe le funzioni. L’obiettivo non è deregolamentare, ma testare l’innovazione dentro un perimetro controllato.

Anche la BCE sta lavorando sulle infrastrutture. Il progetto Pontes dell’Eurosistema punta a collegare piattaforme DLT di mercato con i servizi TARGET, così da permettere il regolamento in moneta di banca centrale. La BCE ha spiegato che Pontes userà un modello di regolamento duale e supporterà il delivery versus payment, cioè lo scambio simultaneo tra titolo e denaro, uno dei pilastri della sicurezza nei mercati finanziari.

Negli Stati Uniti il tema sta accelerando in modo diverso. Reuters ha riportato che la SEC starebbe preparando un’esenzione per favorire la negoziazione di versioni tokenizzate di azioni, anche su piattaforme crypto, e che questi token potrebbero non garantire diritti tradizionali come voto o dividendi. È un segnale importante: la tokenizzazione sta passando dal laboratorio alla discussione regolamentare vera e propria.

I benefici promessi: meno attrito, più automazione

Il primo beneficio della tokenizzazione è la possibile riduzione degli attriti. Oggi comprare o vendere un titolo sembra istantaneo, ma dietro l’interfaccia dell’app esiste una catena complessa: broker, depositari, sistemi di compensazione, sistemi di regolamento, banche, controlli, riconciliazioni.

Il token promette di semplificare questa catena. Non perché elimini magicamente tutti gli intermediari, ma perché può rendere più diretto il collegamento tra proprietà dell’asset, trasferimento e pagamento.

Il secondo beneficio è la programmabilità. Un’obbligazione tokenizzata potrebbe distribuire cedole in modo automatico. Un fondo tokenizzato potrebbe gestire sottoscrizioni e rimborsi con processi più rapidi. Uno strumento usato come collaterale potrebbe essere trasferito o bloccato con meno passaggi operativi.

Il terzo beneficio è il frazionamento. Alcuni asset finanziari oggi sono difficili da acquistare in piccole quote, soprattutto nei mercati privati, nelle obbligazioni meno liquide o in determinati fondi. La tokenizzazione potrebbe rendere più semplice dividere questi strumenti in quote più piccole, ampliando la platea degli investitori.

Il quarto beneficio è la trasparenza operativa. Un registro distribuito può rendere più facile tracciare passaggi, proprietà e movimenti, riducendo errori di riconciliazione tra sistemi diversi.

Detto questo, il beneficio non è automatico. Un mercato tokenizzato è utile solo se è liquido, regolato, interoperabile e sicuro. Un token scambiabile 24 ore su 24 non serve a molto se non ci sono compratori, venditori, garanzie legali e infrastrutture affidabili.

I casi reali: dalle sperimentazioni ai primi progetti istituzionali

I casi concreti non mancano. Il New York Stock Exchange ha annunciato una collaborazione con Securitize per sviluppare una piattaforma dedicata ai titoli tokenizzati, con l’obiettivo di lavorare su standard regolamentari, operativi e tecnologici per infrastrutture di livello istituzionale. Reuters ha riportato che NYSE e Nasdaq stanno aumentando gli sforzi per convertire asset come azioni, obbligazioni e fondi in token basati su blockchain.

Un altro esempio è il fondo BUIDL di BlackRock, tokenizzato da Securitize. Nel 2025 Securitize ha comunicato che il fondo aveva superato 1 miliardo di dollari di asset under management e che era il primo fondo tokenizzato di BlackRock emesso su blockchain pubblica. È un caso interessante perché non riguarda una meme coin o un esperimento marginale, ma strumenti più vicini alla finanza istituzionale.

Questi esempi mostrano una cosa: la tokenizzazione non è più solo una narrazione crypto. Sta diventando una possibile evoluzione dell’infrastruttura finanziaria tradizionale.

Il grande equivoco: un token non è sempre un’azione

Qui serve la massima chiarezza. Quando un investitore sente parlare di “azioni tokenizzate”, potrebbe pensare di comprare una vera azione Apple, Tesla o Microsoft in formato digitale. Ma non sempre è così.

In alcuni casi, il token può rappresentare effettivamente uno strumento finanziario regolamentato. In altri, può essere un prodotto sintetico che replica il prezzo dell’azione sottostante. In altri ancora, può essere collegato a una struttura più complessa, magari con un veicolo che detiene gli asset reali e rilascia token agli investitori.

La differenza è enorme. Possedere un’azione significa avere determinati diritti: voto, dividendi quando distribuiti, tutela societaria, diritti informativi, partecipazione alla vita dell’emittente secondo le regole del mercato. Possedere un token che replica il prezzo di un’azione può significare solo avere esposizione economica al suo andamento.

ESMA ha avvertito che i tokenised stocks possono creare rischio di fraintendimento per gli investitori, perché spesso offrono esposizione al prezzo di un’azione ma non rendono l’acquirente azionista della società sottostante. Secondo Reuters, l’autorità europea ha sottolineato anche che questi strumenti possono offrire accesso continuo e frazionamento, ma di norma non conferiscono diritti da azionista.

La World Federation of Exchanges ha espresso preoccupazioni simili sui token che imitano le azioni, segnalando rischi legati ad arbitraggio regolamentare, mancanza di trasparenza, custodia e possibile erosione dei diritti fondamentali degli investitori.

Questo sarà probabilmente uno dei nodi centrali dei prossimi anni: non basterà chiedersi “il titolo è tokenizzato?”, ma bisognerà chiedersi che cosa rappresenta davvero quel token.

I rischi: tecnologia nuova, problemi molto concreti

Il primo rischio è la confusione. Se un prodotto viene venduto come “azione tokenizzata”, ma non dà i diritti di un’azione, l’investitore può essere portato a credere di possedere qualcosa che in realtà non possiede.

Il secondo rischio è giuridico. La finanza vive di certezze: chi è il proprietario? Dove è registrato il diritto? Quale legge si applica? Che succede se fallisce l’intermediario? Che succede se la piattaforma viene bloccata, hackerata o chiusa da un’autorità?

Il terzo rischio riguarda la liquidità. La promessa del mercato sempre aperto è affascinante, ma un mercato aperto 24/7 non è automaticamente un mercato efficiente. Se i volumi sono bassi, gli spread ampi e gli operatori pochi, il prezzo può diventare fragile.

Il quarto rischio è tecnologico. La blockchain può ridurre alcuni problemi, ma ne introduce altri: custodia delle chiavi, sicurezza degli smart contract, interoperabilità tra reti diverse, aggiornamenti dei protocolli, rischi operativi delle piattaforme.

Il quinto rischio è la frammentazione. Se ogni banca, exchange o fintech costruisce il proprio ecosistema chiuso, la tokenizzazione potrebbe creare più silos invece di eliminarli. La stessa BCE ha evidenziato il pericolo di reti e standard non interoperabili, capaci di frammentare la liquidità e limitare la concorrenza.

Europa e Stati Uniti: due strade diverse

L’Europa sembra muoversi con un approccio più prudente e istituzionale: prima il perimetro normativo, poi le sperimentazioni controllate, poi l’eventuale estensione. Il DLT Pilot Regime va proprio in questa direzione.

Gli Stati Uniti, invece, sembrano più orientati a far emergere rapidamente nuovi modelli di mercato, anche attraverso il coinvolgimento di piattaforme crypto e grandi operatori privati. Questo può accelerare l’innovazione, ma aumenta anche la necessità di chiarire diritti, responsabilità e tutele.

In entrambi i casi, il punto non sarà scegliere tra vecchia finanza e nuova finanza. Il punto sarà capire se la tokenizzazione riuscirà a migliorare l’infrastruttura esistente senza indebolire le garanzie che rendono affidabili i mercati.

Rivoluzione o aggiornamento dell’infrastruttura?

La tokenizzazione dei titoli potrebbe non presentarsi come una rivoluzione rumorosa. È possibile che il cambiamento più importante avvenga dietro le quinte: nei sistemi di regolamento, nella custodia, nella gestione del collaterale, nei fondi, nelle obbligazioni, nei mercati privati.

Per l’investitore comune, almeno all’inizio, l’esperienza potrebbe sembrare simile: si compra, si vende, si controlla il portafoglio da un’app. Ma dietro quell’app potrebbero cambiare i binari su cui viaggiano proprietà, pagamenti e informazioni.

È qui che la tokenizzazione diventa interessante: non perché promette di sostituire la Borsa domani mattina, ma perché può rendere più efficiente ciò che oggi resta invisibile agli occhi del pubblico.

La domanda, quindi, non è se tutti i titoli diventeranno token. La domanda è quali parti del mercato finanziario hanno davvero bisogno di diventarlo.

La tokenizzazione dei titoli è uno di quei temi che meritano attenzione senza cedere né alla fascinazione cieca né al rifiuto preventivo. La storia della tecnologia insegna che le grandi trasformazioni raramente arrivano nella forma in cui vengono annunciate all’inizio. Spesso partono da promesse ambiziose, attraversano una fase di eccessi, poi trovano il loro spazio reale dove risolvono problemi concreti.

Nel caso della finanza, la cautela è obbligatoria: parliamo di risparmio, diritti, fiducia e stabilità dei mercati. Ma sarebbe un errore ignorare ciò che sta accadendo. Se banche centrali, autorità di vigilanza, borse e grandi gestori stanno studiando la tokenizzazione, significa che il tema non appartiene più solo al mondo crypto. Appartiene al futuro delle infrastrutture finanziarie.

Non sappiamo ancora quanto sarà grande questo cambiamento. Ma sappiamo che vale la pena seguirlo da vicino.